La città doppia e le finte del re permaloso

C’era una volta,

una città bellissima, perfettissima e un pochino triste. La gente parlava diverse lingue ma faceva fatica a comunicare. In questa città tutto era doppio : le scuole, la cultura, gli asili, i teatri, le squadre di calcio e perfino le Chiese .

Questa città, ricca e triste, era governata da un re piuttosto strano, messo sul trono da un gruppo di potenti  perché, apparentemente innocuo, potesse così coprire le loro malefatte.

A dire il vero non era in effetti il vero re, ma soltanto un  piccolo principe sultano, il vero Re, con la maiuscola, viveva altrove, spadroneggiava su tutto il territorio e usava circondarsi di dipendenti travestiti da principi, a cui elargiva l’elemosina della sua benevolenza, in cambio della loro completa ubbidienza e sottomissione.

Uno di questi era il  nostro  re della città doppia, il quale, ambizioso quanto permaloso, aspirava in cuor suo ad assomigliare al Re con la maiuscola, ma come si sa i cromosomi reali, detti anche attributi, non si possono ereditare  e non bastava l’appoggio di qualche prete illuminato o i consigli di qualche vecchio saggio della politica, a trasformare la paglia in oro.

Comunque fu che nei primi tempi  del suo regno tutto filò liscio: era sempre sorridente, allegro, felice come un bambino.

Con il passare del tempo divenne sempre più triste, grassoccio, con la chierica e sempre più  permaloso. Chiunque facesse un’ osservazione veniva preso a male parole, se cadeva un albero ne tagliava altri dieci, e fra strafalcioni e battutacce il re diventava sempre più antipatico.

Si narra che ad un certo punto nemmeno i suoi più intimi cortigiani lo sopportassero più, ma nessuno avesse il coraggio di dirglielo in faccia.

Arrivati quasi allo stremo e timorosi anche di perdere il consenso del popolo, che ormai rumoreggiava contro questo superbo sovrano, i suoi stessi sudditi organizzarono una gara di abilità, nella quale il re dovesse dimostrare la sua  reale superiorità nei confronti di altri principi pretendenti.

Il re, un po’ megalomane, dapprima accettò , poi piano piano cominciò a  sentire puzza di bruciato o meglio odor di “tromabatura” e poi l’idea che la sua sovranità fosse in qualche modo messa in dubbio proprio non la poteva sopportare.

Chiamò a raduno i cortigiani, si affacciò al balcone reale e disse “ Me ne vado. Questa città non mi merita.“ M non resistette da lanciare una terribile minaccia “ Dopo di me  il diluvio ! “  chiuse le porte del balcone e se ne andò.

I cortigiani rimasero allibiti, i cittadini invece cominciarono a festeggiare e qualcuno addirittura stappò qualche bottiglia di buon vino.

Dovete sapere che in quella città, se il re non era  diciamo una cima, il resto dei pretendenti al trono non era certamente meglio, anzi molti erano vissuti approfittando della corte del re, altri si accontentavano delle briciole , ma soprattutto ognuno odiavo l’ altro ancor più di quanto odiasse il re.

E cosi passarono anni di lotte e tensioni, di  omicidi misteriosi, di imboscate e di duelli  all’ ultimo sangue, ma non c’ era verso di trovare un nuovo sovrano.

Nel frattempo non è che la città andasse tanto male, anzi senza re superbi e senza cortigiani intrallazoni, i cittadini sembravano cavarsela meglio e certamente il clima era diventato più allegro.

Ad un certo punto, davanti al rischio che i cittadini potessero accorgersi che la città funzionava anche meglio, senza re e cortigiani e quindi potessero mandarli via tutti per inefficienza, i cortigiani si riunirono e non senza qualche altra rissa e qualche cadavere, alla fine decisero che ci fosse un’unica soluzione:  richiamare il vecchio re, superbo, antipatico così tanto che solo l’ odio nei suoi confronti poteva tenere in piedi quel tipo di congrega.

Il re non aspettava altro, ma per un pò tergiversò. Aveva in cuor suo da tempo pensato che solo se si fossero inginocchiati davanti a lui e gli avessero steso un tappeto lungo metri avrebbe accettato.

E cosi accadde, più superbo che mai, completamente solo al comando, accettò e venne re incoronato davanti alla popolazione, che non era infondo troppo contenta del gran ritorno.

A questo punto il re si sentiva quasi un Dio , e comincio a regnare indisturbato, non senza prima togliersi alcuni sassolini dalle scarpe. A rimetterci furono proprio quei piccoli cortigiani , rimasti fedeli a lui fino all’ultimo, ma che ora erano diventati zavorra fastidiosa per il monarca ritornato.

Questa è la storia della città  ricca e triste. Non c’ è morale in questa favola, in quanto tutto quello che viene narrato è completamente immorale ; certo che se si vuole trarne qualche insegnamento si potrebbe pensare che in  fondo quel re non è tanto diverso da molti  governanti di un paese che si chiama Italia, paese dove  non si ritira mai nessuno e che se si ritira, è una finta per attirare ulteriori consensi.

Così’ finisce questa triste e immorale storia , cosa succederà in seguito nessuno lo sa , ma non è detto che tutto debba filare liscio per sempre e magari sarebbe anche il caso che i cittadini, finora assenti e poco partecipativi, si facessero sentire !

E vissero tutti…

Claudio Vedovelli

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6 Responses to “La città doppia e le finte del re permaloso”


  1. 1 Argante Brancalion 21 gennaio 2010 alle 17:06

    Ci vorrebbe una principessa ….. anche brutta …. che lo baciasse… e lo trasformasse in rospo … poi magari, di notte…. un camion … PCIACK. Immondo. Poi via tutto nell’inceneritore.

  2. 2 mangrovie 18 gennaio 2010 alle 12:34

    Molto più bravo come scrittore che nell’occupazione attuale, non c’è dubbio. Purtroppo come al solito dice ma non dice, allude ma non chiarisce. Basta con le favole, vogliamo chiarezza e trasparenza!

  3. 3 Sindaco di Bolzano 15 gennaio 2010 alle 22:52

    2a puntata

    La città ricca e triste, come in genere tutte le città ricche non era popolata esclusivamente da ricchi, e come tutte le città tristi non aveva solamente abitanti tristi. Anzi, i ricchi erano abbastanza pochi, mentre il grosso della popolazione era benestante, e c’erano anche diversi poveri. E per quanto riguarda i tristi, c’era una percentuale relativamente piccola di abitanti tristi, che avevano deciso di riunirsi in un’associazione – era cosa molto tipica, in quella città, che tutti quelli che avevano un interesse comune si riunissero in un’associazione -. L’avevano chiamata Lamenti e Lamenti, l’associazione, oppure Lamenti Ripetuti. Si ritrovavano e rendevano pubblici i loro motivi di tristezza attraverso un sito internet curato da Sempronio Spiritelli e da Rosetta Poverini, i leader del gruppo. I due si erano agganciati anche ad un movimento nazionale – era cosa tipica in quella città farsi forti dell’appartenenza a movimenti nazionali, nonostante che l’autonomia di cui godeva la città ed il suo territorio consentivano di determinare quasi del tutto in loco le regole del vivere civile -, che faceva capo a tal Pino Grilletto, un noto showman che per rilanciarsi dopo un’onesta carriera ormai sul viale del tramonto aveva pensato di dedicarsi a gridare al mondo tutte le proteste che riguardavano l’ambiente, la salute, i politici e l’obesità. Così quelli che protestavano, avendo una cassa di risonanza che finiva sui rotocalchi nazionali, si sentivano più importanti. Ovviamente il Grilletto, facendo onore al suo nome, faceva partire il colpo, che però usciva dalla canna, dove poi si vedeva il fumo; così che tutti davano la colpa alla canna e non al Grilletto.

    Il Sempronio e la Rosetta, insieme al loro gruppo di amici tristi, non erano d’accordo sul fatto che nella città si producesse l’immondizia, e così tutta quella che trovavano la usavano spargere sulle persone che non s’impegnavano insieme a loro, pensando che a forza di coprire gli altri di immondizia, questi si impegnassero a non produrne più. Siccome però se avessero coperto tutti i cittadini produttori di immondizia con la loro immondizia, probabilmente si sarebbero trovati in minoranza e alla fine i cittadini produttori di immondizia ricoperti di immondizia gliela avrebbero fatta mangiare a loro stessi, l’immondizia con cui venivano coperti, avevano deciso di coprire di immondizia solamente le persone pubbliche, quelle che sono tutti i giorni sui giornali, e che loro chiamavano re, regine, e principi, anche se erano eletti dal popolo. Ma siccome loro non li votavano, per loro era come se fossero re, regine e principi. In quella città, come in tutto il mondo, ricoprire di immondizia i re, le regine e i principi, ovvero nel caso specifico gli eletti dal popolo, è sempre stata cosa gradita al popolo medesimo, che ha così la sensazione di prendersi una rivincita sui suoi capi, sia che siano re, regine e principi, sia che siano eletti dal popolo medesimo.

    Quando però i predetti eletti dal popolo annunciarono che avrebbero acceso un grande fuoco per bruciare l’immondizia (mettendoci tutti i filtri affinché il fumo prodotto non fosse pericoloso), il Sempronio, la Rosetta ed i loro amici tristi si ritrovarono spiazzati: non essendoci più immondizia, veniva loro a mancare la materia prima da spargere addosso ai re, alle regine e ai principi, ovvero agli eletti dal popolo. La reazione fu ovvia: concentrarono i loro lamenti contro il grande fuoco, che a loro dire avrebbe bruciato tutti, e che in realtà toglieva loro la materia fondamentale del loro impegno. E anche qui il popolo diede loro ragione: a tutti fa paura essere bruciati dal fuoco, anche se il fuoco non è pericoloso.

    Fu così dunque che il grande fuoco non si fece, i re, le regine ed i principi furono cacciati, ma l’immondizia continuò ad aumentare e siccome non c’era più nessuno su cui spargerla finì per coprire il popolo stesso, che alla fine, esasperato, gliela fece mangiare tutta ai membri dell’associazione Lamenti e Lamenti. I quali vennero salvati dal provvidenziale ritorno di re, regine e principi – che loro pensavano di aver cacciato, ma che in realtà avevano concluso il loro mandato ed erano poi stati rieletti (non gli stessi, altri, ma per i tristi di Lamenti e Lamenti non faceva differenza) -, i quali, grazie all’efficiente sistema sanitario presente in città, li fecero curare come si deve, con apposite lavande gastriche.

    Qui una morale c’è, anzi due.

    La prima, che a forza di spargere immondizia sugli altri prima o poi ci se la ritrova addosso, e si rischia di doversela rimangiare.

    La seconda, che in una città che funziona, i malati vengono curati, nei casi estremi anche su istanza del re, ovvero dell’eletto dal popolo.

    ; – )

    ricevuta dall ‘indirizzo mail del sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli in data 15.1.10

  4. 4 Mangrovie 13 gennaio 2010 alle 19:55

    Insomma, non tutte le fiabe sono a lieto fine! Ma l’orco in questa favola dov’è? Si sarà mica nascosto dietro una corona di latta? Mi permetto di linkare un’altra fiaba nostrana: http://mangrovie.wordpress.com/2008/11/28/cera-una-volta/

  5. 5 Renzo Segalla 11 gennaio 2010 alle 21:56

    Chi era il “re travicello“? A una succesiva chiosa.
    Cordiali saluti .
    Renzo Segalla

  6. 6 Oscar Ferrari 11 gennaio 2010 alle 18:38

    mah, è da vedere che farà il Re con la maiuscola…


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